comunicato stampa

Gli stipendi in Italia: liberare competitività per la crescita

Come la tecnologia basata su AI può ridurre le spese per il personale senza abbattere l'engagement. Un'analisi di mercato PwC di settembre 2026 sul costo del lavoro in Italia, sulle leve di ottimizzazione disponibili e sul loro impatto potenziale su un campione rappresentativo di imprese

Il costo del lavoro è una delle principali variabili che influenzano la competitività delle imprese e la capacità di attrarre, motivare e trattenere il capitale umano. In Italia il rapporto tra costo sostenuto dall'azienda e valore effettivamente percepito dal lavoratore è condizionato da una combinazione di fattori retributivi, fiscali, contributivi e normativi. L'analisi si sviluppa lungo tre direttrici: la lettura del mercato del lavoro e delle imprese italiane, la mappatura dei principali meccanismi di ottimizzazione del costo del lavoro e la stima del loro impatto potenziale su un campione rappresentativo di aziende.

Il costo del lavoro in Italia è tra i più alti in Europa

Nel 2025 il costo orario medio del lavoro in Italia si attesta a 32 euro, un valore inferiore sia alla media dell'Unione Europea (34,9 euro) sia a quella dell'area euro (38,2 euro). Anche la retribuzione annua media, pari a 34.733 euro, conferma un posizionamento contenuto nel confronto con le principali economie avanzate. È il cuneo fiscale, pari al 45,8%, a introdurre l'elemento di pressione più significativo, ampliando la distanza tra il costo sostenuto dall'impresa e la quota effettivamente riconducibile alla remunerazione del lavoro.

Scomponendo i 32 euro di costo orario, circa 23 euro sono riferiti a retribuzioni e salari e 9 euro a costi non salariali: contributi sociali a carico del datore di lavoro, imposte sul lavoro e altre componenti non direttamente corrisposte al dipendente. La quota non salariale raggiunge il 28,1%, superando sia la media UE sia quella dell'area euro.

Nel confronto internazionale il cuneo fiscale italiano del 45,8% – riferito a un lavoratore single senza figli – si misura con una media OCSE del 35,1%: un differenziale di oltre 10 punti percentuali che colloca l'Italia al quinto posto tra i 38 Paesi membri, pur in presenza di una lieve riduzione rispetto al 2024. Su un costo del lavoro pari a 100, circa 14,5 punti sono riconducibili all'imposta sul reddito, 7,2 ai contributi del lavoratore e 24 ai contributi del datore di lavoro. È quest'ultima la componente più rilevante, perché incide direttamente sul costo dell'impresa senza aumentare in misura corrispondente il reddito netto del dipendente. In termini concreti, quasi un euro su due del costo sostenuto dalle aziende non si traduce in reddito disponibile per il lavoratore.

Le leve di ottimizzazione disponibili

L'analisi mappa 33 leve che consentono di intervenire sulla struttura del costo del lavoro senza ridurre la retribuzione dei lavoratori, raggruppate in tre categorie. Le leve con tetto di spesa prefissato comprendono gli esoneri con un massimale mensile o annuo definito in euro, pensati per favorire l'assunzione o la stabilizzazione di categorie specifiche come giovani, donne o lavoratori nelle Zone Economiche Speciali. Le leve espresse in percentuale sono esoneri definiti come quota della contribuzione datoriale, senza massimale fisso, il cui beneficio cresce proporzionalmente alle condizioni retributive del lavoratore assunto. Le leve di carattere gestionale – welfare, certificazioni, riduzioni tariffarie INAIL, buoni pasto elettronici, deducibilità delle trasferte, recupero IVA sulle note spese – richiedono scelte organizzative strutturate e possono amplificare il risparmio generato dalle altre due categorie.

Un ruolo centrale è giocato dalla cumulabilità: oltre alle combinazioni tra due leve, la normativa consente di cumularne anche di più. Il documento individua otto combinazioni possibili tra più di due misure, senza contare le leve gestionali che, se ulteriormente sommate, generano un risparmio potenziale aggiuntivo.

Quanto si può davvero risparmiare

La simulazione è stata condotta su un campione di oltre 400 mila aziende e circa 13 milioni di dipendenti, con un costo medio per dipendente di 34.447 euro e un costo del personale complessivo di circa 457 miliardi di euro. Oltre metà delle imprese opera nei settori della Manifattura (20,9%), del Commercio (19,9%) e delle Costruzioni (15,1%), mentre la forza lavoro si concentra soprattutto nella Manifattura (24,0%), seguita da Commercio (12,5%), Professionali (11,2%) e Servizi alle imprese (10,9%).

Le opportunità di ottimizzazione individuate generano un potenziale di risparmio che può attestarsi mediamente attorno a 31,2 miliardi di euro, pari a circa il 7% del costo del lavoro complessivo del campione. Applicata al costo del lavoro dell'intero mercato italiano, la stessa percentuale corrisponde a oltre 46 miliardi di euro. Gli incentivi contributivi rappresentano il principale motore di valore, con circa il 57% del risparmio complessivo; il restante 43% è composto per il 33% da leve gestionali e per il 10% da componenti residuali.

Sul profilo tipo – un'azienda da 30 dipendenti con un costo del lavoro di circa 1,1 milioni di euro – il risparmio medio stimato è di circa 2.100 euro per dipendente e 62.800 euro per azienda. L'incidenza percentuale è più alta nelle realtà più piccole: 7,37% per le micro imprese, 5,38% per le piccole, 4,47% per le medie e 4,51% per le grandi. Le evidenze riportate rappresentano stime potenziali e non benefici effettivamente conseguiti: la loro concreta realizzabilità dipende dalla verifica dei requisiti normativi e delle condizioni di applicabilità delle singole misure.

Perché è così difficile ottimizzare

Il documento individua quattro vincoli strutturali. I ritardi nei decreti attuativi, le circolari e i chiarimenti modificano nel tempo criteri e requisiti applicativi. Le norme devono poi essere tradotte in criteri verificabili su anagrafiche, cedolini, contributi, sedi e popolazioni eleggibili. CCNL, variabili territoriali e individuali moltiplicano le combinazioni da presidiare in modo coerente. Infine adempimenti, verifiche e passaggi autorizzativi rendono l'accesso alle misure lungo e non sempre lineare.

La sfida, osserva l'analisi, non consiste nell'individuare una singola opportunità ma nel presidiare in modo sistematico tutte quelle applicabili. Su grandi numeri di dipendenti la verifica manuale di norme, requisiti soggettivi, dati payroll e condizioni aziendali diventa rapidamente insostenibile.

Il ruolo della tecnologia

L'intelligenza artificiale viene indicata come la soluzione in grado di processare e triangolare queste informazioni in modo continuativo, riducendo il rischio di omissioni e trasformando l'ottimizzazione da controllo episodico a processo scalabile. Il documento porta Jet Risparmio AI come esempio di tecnologia applicata all'ottimizzazione dei costi del personale, basata sulla combinazione di software proprietario, agenti AI verticali e consulenza specialistica lungo quattro fasi: identificare le opportunità applicabili sui dati HR e payroll, verificare requisiti, cumulabilità e casi limite, attivare le azioni operative in piattaforma e monitorare benefici, scadenze e variazioni nel tempo.

Sui dati dei clienti Jet HR già attivi, il recupero medio si attesta al 72% dell'inefficienza media rilevata nel campione PwC, con un risparmio medio per dipendente di 1.521 euro su oltre 250 data point. Tra i casi riportati figurano Lexroom (2.840 euro per dipendente, pari al 135% dell'inefficienza media), Serenis (1.899 euro, 90%), Richmond (1.314 euro, 63%) e Octopus Energy (821 euro, 39%). Applicando la stessa quota di recupero all'inefficienza teorica stimata sul mercato italiano, pari a 46 miliardi di euro, l'ecosistema delle imprese italiane potrebbe recuperare fino a 33 miliardi di euro.

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